Quando ho visto, da spettatore, “Dignità Autonome di Prostituzione” sono stato immediatamente investito da una quantità enorme di energia visiva, auditiva ed emozionale. I miei occhi, nella parte iniziale e finale, in piazza, guardavano tutti quei corpi muoversi e immaginavano cosa avrebbero potuto raccontare attraverso il mio obiettivo.
Nel mio progetto sono solito dirigere le mie “anime” e farle interagire con i luoghi e con la mia macchina fotografica fino ad avere il risultato che ho in testa. Ho imparato, in questi anni di ricerca, come far muovere le persone per ottenere il mio linguaggio. La ripetizione è ossessiva, la ricerca del giusto abito e dei movimenti corretti, niente è lasciato al caso ma poi è il caso che decide realmente il risultato, ogni piccolo movimento diverso determina completamente la foto. La sfida era quindi venire a fotografare al buio, senza la possibilità di indirizzare i movimenti ma cogliere quello che i corpi mi davano. Niente si poteva controllare ma forse, per una volta, la bellezza era proprio questa. Nessuno degli attori ha realmente interagito con me, guardavo dal buco della serratura, ho rubato l’energia e ho cercato di fotografare l’anima dello spettacolo con i suoi momenti intimi, poetici, sognanti e urlanti.